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Laboratiorio di Ispirazione, Riflessione e Nuove Tendenze

Il Nuovo Potere dei Consumatori

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via Vincos.it

Anche quest’anno si è svolto a Roma l’evento organizzato da me e dai miei colleghi di Digital PR dal titolo “Il nuovo potere dei consumatori sul web 2009“. Un momento di riflessione sul rapporto tra aziende e social media, che pare sia stato apprezzato dai partecipanti in particolare per l’equilibrio tra teoria e casi concreti.

Tra le presentazioni più di scenario mi ha colpito quella di Davide Bennato (Università di Catania) che, partendo dalla constatazione che le istituzioni sociali sono in crisi, ha sottolineato come proprio la tecnologia (attraverso strumenti paradigmatici come iPhone e Twitter) possa aiutarci a ridare nuovo senso a spazio, tempo, valori, che sono alla base delle istituzioni sociali.

 

Variegate e inedite le testimonianze aziendali:

Pepe Moder (Barilla) ha espresso chiaramente come la visione dell’ecosistema digitale che ha l’azienda (con il sito web corporate al centro e i social media in posizione periferica) è diametralmente opposta a quella degli abitanti della rete (che al centro dei propri interessi metteno Facebook, blog, forum, YouTube, …). Emblematica della diffidenza delle aziende verso i social media è il racconto del timore iniziale del management di Barilla di scrivere autonomamente la voce di Wikipedia relativa (cosa possibile come spiegato chiaramente da Frieda Brioschi) “perchè scriverla noi? Magari ci criticano, lasciamolo fare ad altri”;
L’obiettivo di un brand oggi dovrebbe essere, secondo Pepe, di creare un mondo di significati, un “vocabolario comune”, fatto di tasselli che i consumatori possono utilizzare autonomamente per “parlare dell’azienda”.

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Written by Daniel Casarin

novembre 25, 2009 at 1:49 pm

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Future of Search: More than Social

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via Baekdal.com

As you probably know, both Google and Microsoft have entered into a partnership with Twitter and is now incorporating social search into their regular search engines. This is a big deal because social is a very important element of the future of search… it’s not the only part though.

When it comes to searching, a search engine is supposed to do one thing very well. Find stuff, from highly relevant and trustworthy sources, in relation to you as a person. Let me give you an example: Let’s pretend that you live in Australia, and that you are looking to buy a new car. You might not know this, but the entire country of Australia is pretty much divided into three types of car owners. People who drive a Holden, people who drives a Ford, and other people who drive something else (yes I’m making a blatant generalization).

But, here is the thing, the reason people drive a Ford over a Holden (or vise versa), isn’t because the car is better. It is the result of the community that they are part of. Their friends drive a Ford, their Parents drive a Ford, and the annoying neighbor drives a Holden… so you also drive a Ford. It is the same with other types of products. If most of your friends use a Dell, then you are also very likely use one yourself. If your friends use Heinz Ketchup, then you will probably use the same brand. As human beings we are heavily influenced by what other people use, and depending on who those people are, the more likely we will be influenced by them.

So how does this relate to search? Well, so far, Google and Microsoft have based their searches on things, instead of people. If you searched for recipes for tomato soup, they would find the ones that were most popular by other sites, or their relation to the specific search query. And we get a pretty good result, but from generalized perspective. Twitter on the other hand is really good at people, or to be more precise, it could be good at it (it isn’t really yet). But, Twitter covers what people close to you, in terms of influence, are talking about, and if you can combine that with Google’s general results then you have something really spectacular.

If you combine this targeted+personal+influenced+people+content+ranked search result (need a shorter word for that), then we would suddenly get some real answers. If you search for tomato soup, it will not just find the biggest sites, it will look at your social stream to see whether there are anyone there who are really good, and who has an opinion that matters to you. If you are following a person who is into food, then her opinion is ranked higher than just any regular website.

But more important, it will not just look at the stream, but actually analyze it over time, It will extract what it is really about. It will compare that to many other algorithms, and finally match the content with you as a person. If you search for Ikea, not only would pages more relevant to you be ranked higher, but also, you would be able to see what people feel about the brand, the specific product, all ranked on how close that source is to you as a person. And, it is not just search that could use this. Google could create a people-rank API, so other sites like Tweetmeme could rank their content not only based how frequently it is retweeted, but also how it relates to you, and to other people.

So far Google has been really good at things, places, sites or pages, but it lacks relevance because it doesn’t know people. Twitter have the people element (although Twitter search doesn’t extract any meaning from it), same with Facebook, comments on blogs, reviews on product sites (from real people), rankings, and general activity. Combine all that and you got the future of search. It is not social, not traditional – but both + it’s targeted to you. And it can be used for more than simply searching.

Written by Daniel Casarin

novembre 25, 2009 at 1:29 pm

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Musei Italiani 2.0 e Sviluppo Globale della Conoscenza

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via The Primate Community

Anche in Italia, seppure lentamente, i musei sperimentano nuove modalità di comunicazione per stimolare la curiosità dei visitatori grazie agli strumenti web 2.0 messi a disposizione dai social network.

Alcuni esempi internazionali ci permettono di capire quali siano le tendenze e prossime evoluzioni: il Brooklyn Museum ha abbandonato le oramai obsolete audioguide per preferire gli smartphone e approntare così percorsi non più preordinati ma scelti direttamente dal visitatore, integrando nei cellulari apposite applicazioni che forniscono informazioni e dettagli sulle opere in realtime. II Museo del Prado presenta su Google Earth alcuni capolavori delle sue collezioni: è possibile vedere le stanze del museo in 3D all’interno delle quali si trovano riproduzioni ad altissima definizione delle opere. Il MoMA lancia un’applicazione su Facebook per incrociare le date del viaggio a New York con il calendario del museo e costruire un percorso personalizzato da pianificare con il viaggio. Importanti istituzioni come lo Smithsonian Institut o il Getty Research Institute, aderiscono al progetto The Commons su Flickr per incrementare l’accesso alle raccolte fotografiche pubbliche e offrire un modo al pubblico per contribuire con informazioni e conoscenza.

Sembra un controsenso e uno sconvolgimento per i musei aver trovato una propria dimensione, o aver iniziato a fare i primi passi all’interno del panorama del web2.0, dello user generated content e della partecipazione e condivisione delle risorse ed esperienze, ma al contrario trattasi della naturale evoluzione dell’idea e della definizione stessa di museo. Esso è definito come “un’istituzione permanente, senza scopo di lucro, al servizio della società e del suo sviluppo. È aperto al pubblico e compie ricerche che riguardano le testimonianze materiali e immateriali dell’umanità e del suo ambiente; le acquisisce, le conserva, le comunica e, soprattutto, le espone a fini di studio, educazione e diletto” [ICOM, International Council of Museums, 2004].

Il museo ha un importante ruolo nella società poiché conserva e rappresenta la nostra memoria, collettiva e individuale, la rende visibile e condivisibile con la collettività. Chi meglio di un museo potrebbe trarre beneficio da questi nuovi modelli di comunicazione per valorizzare le testimonianze contemporanee della società?

Il museologo canadese Duncan F. Cameron in un suo saggio riflette sull’utilità del museo-tempio, semplice contenitore di collezioni, introducendo quello di museo-forum incentrato sul dibattito, il confronto, la sperimentazione, sull’incontro e il dibattimento pubblico, concetti che si legano perfettamente con la realtà web2.0. Per Cameron “il museo è stato il luogo in cui si poteva andare per mettere a confronto la propria percezione individuale della realtà con la visione cosiddetta oggettiva della realtà socialmente accettata e convalidata… Il museo ha una funzione più simile a quella della chiesa che non a quella della scuola. Il museo offre l’opportunità di riaffermare una fede; offre l’occasione di vivere esperienze intime e private, per quanto condivise con molti altri”1.

Questa rivoluzione incide ancora scarsamente nello scenario italiano: le potenzialità e l’utilizzo di questi nuovi strumenti permettono il sovvertimento del pensiero e del modo d’agire, in un settore spesso considerato troppo legato alle convenzioni, alle regole gerarchiche, all’elite e al solo proposito educativo. Il museo deve saper comunicare con le diverse tipologie di pubblico aggiornando gli strumenti a disposizione anche se è proprio a su questi strumenti di comunicazione tradizionali che questo ambiente sembra essere troppo legato e affeziona. Come i musei stanno affrontando questa sfida evolutiva? Sebbene a livello internazionale le soluzioni adottate hanno dato un reale contributo alla crescita della società, l’Italia come riesce a rispondere a queste nuove esigenze e come si pone nel confronto con l’utente, specie quello web?

Facebook, il più noto social network del momento, ospita un gruppo che raccoglie e documenta la presenza dei musei ondine: è una lista in continua espansione grazie alla quale è possibile cercare e creare relazioni con il museo preferito o con cui si intende mantenere una sorta di contatto diretto per evolvere da semplici osservatori passivi di ciò che il museo convalida come oggettivo ad un ruolo attivo, con l’apporto di una propria visione personale. .

Nel mondo di Twitter ci sono 719.380 persone che seguono i “cinguettii” di 623 musei e gallerie nel mondo: primo in classifica su Twitter il MoMA di New York, che continua ad avere il maggior numero di followers 43.578 e a seguire il Brookling Museum con 25.339, la Tate di Londra con 22.500 e il Getty Museum  con più di 16.000.  Bisogna attendere il 237° posto in classifica per scorgere il primo museo tra quelli italiani con maggior numero di followers, il MART di Rovereto e Trento [fonte: www.museummarketing.co.uk, Museums on Twitter, Oct 09].

Nel panorama italiano si può senza dubbio affermare che è il mondo dell’arte moderna e contemporanea quello più portato ad utilizzare nuovi strumenti  web 2.0 e modelli di partecipazione e condivisione delle risorse e dei contenuti. Il fenomeno resta meno vistoso, forse perché le istituzioni sono più impegnate a confrontarsi con i tagli di bilancio cercando di trovare soluzioni per sopravvivere piuttosto che intraprendere nuove azioni di partecipazione e diffusione della conoscenza, ma vi sono anche apprezzabili eccezioni.

Il MAO – Museo di Arte Orientale di Torino per la sua apertura si è affidato ad una campagna interamente pensata con gli strumenti 2.0 tramite Facebook, YouTube, Mogulus e Flickr.

Il Sistema Musei Civici di Roma ha iniziato una campagna per azioni di cultura 2.0 con un blog su WordPress per i commenti, un canale su YouTube per i video e su Flickr per le immagini, aggiornamenti su Twitter, mostre visitabili su SecondLife, il tutto per una crossmedialità delle azioni di promozione e diffusione del patrimonio culturale, per la condivisione delle informazioni e delle risorse con gli utenti e ricondurre tutto al sistema museale. Alcuni dati: i video sono stati visti da circa 7.000 utenti e le foto da circa 5000, le opere e le installazioni su SecondLife sono state visitate da circa 3.700 utenti da tutto il mondo e il blog ha avuto 47.000 visitatori unici, per una media di 5.000/6.000 visitatori al mese [fonte: Zètema]. Ha inoltre realizzato il progetto della Roma antica su Google Earth con una ricostruzione tridimensionale e geospaziale di 6.700 edifici dell’antica Roma ricostruiti in 3D in un itinerario virtuale della storia.

La Peggy Guggenheim Collection esce dallo scrigno di Palazzo Venier dei Leoni presentandosi su Facebook e Twitter per promuovere gli eventi in corso, appuntamenti, mostre e gli archivi fotografici dell’estroversa americana che a Venezia riuscì a realizzare il suo sogno di casa-museo d’arte del suo secolo. Sempre a Venezia, anche se trattasi di uno spazio espositivo per mostre temporanee, Palazzo Grassi insieme alla Punta della Dogana con la collezione permanente del francese François Pinault, dedica un’intera sezione online alle communities su Twitter, Facebook e YouTube.

Dal 2006 il MART, Museo d’Arte di Rovereto e Trento, ha iniziato un piano di comunicazione crossmediale e trasversale che coinvolge anche i nuovi media, un processo lungimirante e progressivo che oggi lo proclama come il miglior museo d’arte moderna e contemporanea italiano.  Ha una completa divisione del portale dedicata agli utenti della loro community che ha intitolato mart2.0. Dialoga a colpi di tweets su Twitter e se lo scorso settembre il “cinguettio” del museo trentino si trovava al 580° posto tra i musei più popolari su Twitter, in ottobre raggiunge il 237° posto. Ha una pagina personale su Facebook per  aggiornare e restare in contatto con i visitatori del museo, per informare e aggiornare su eventi e mostre e per raccogliere i commenti e i suggerimenti. Su YouTube invece ha creato un canale dedicato con video, video interviste, documentazioni sul lavoro dietro le quinte delle mostre e altro sugli eventi e allestimenti. Un canale dedicato anche su Flickr per condividere e commentare immagini di allestimenti, opening, eventi, scatti di professionisti e non in visita al museo, dove è possibile taggare propri contributi con il tag mart_museum e condividere con il museo gli scatti realizzati durante le visite. Infine la webTV è presente in live stream su Mogulus.

Il problema iniziale di molte istituzioni sull’autorevolezza e presenza nel web finalmente sta diventando gradualmente un indicatore di prestigio istituzionale proprio per le azioni coordinare e rigorose avanzate dalle migliori istituzioni museali internazionali. Esistono giochi di ruoli e immagine a cui il museo deve, o si trova a sottostare ma che possono essere rivisti e integrati con nuovi modelli di espressione e comunicazione, e in questo la rivoluzione apportata dal web 2.0 riesce a far emergere le potenzialità. Perché non essere presenti nel web partecipato non vuol dire mancare un’opportunità ma soprattutto significa non poter controllare la propria reputazione.

Un contributo, quello del web 2.0, che arricchisce, documenta e valorizza il dovere “istituzionale” del museo inserendo l’apporto della società contemporanea alle testimonianze materiali e immateriali dell’umanità e del suo ambiente. È la nuova frontiera che proietta nel futuro il sistema museale in cui il rinnovamento passa attraverso l’ascolto di nuove idee, nuovi progetti e stimoli. Il cambiamento è in atto: partecipazione, confronto, dibattito e produzione. Per uno sviluppo globale della conoscenza e della memoria.

La popolazione parla e discute, il museo è l’orecchio in ascolto

[Kinard, J., 2005]

Written by Daniel Casarin

novembre 20, 2009 at 11:38 am

Scenario: Rapporto 2009 sui Social Media in Italia – “Dove vanno gli italiani in rete – Abitudini e nuovi fenomeni”

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via Vincos + Digital PR

Digital PR ha pubblicato la Sesta Edizione del Rapporto Annuale sulle comunità Web. Il Rapporto ha l’ambizione di colmare un vuoto di analisi e di studio relativo alle comunità web italiane. Digital PR ha deciso di modificare l’impostazione che ha caratterizzato le passate pubblicazioni nelle quali venivano raccolti, analizzati e classificati gli argomenti più discussi all’interno dei consumer generated media (forum, newsgroup e blog, in questa edizione definiti social media), allo scopo di provare ad offrire una panoramica dettagliata delle tendenze che hanno caratterizzato la rete nel corso dell’ultimo anno (e che continueranno ad evolversi nei prossimi mesi).

Il Rapporto ospita un’ampia e dettagliata sezione dedicata alla descrizione del fenomeno dei social network e dei servizi di micropublishing. Facebook, il social network attualmente più diffuso nel nostro paese, è stato protagonista di un forte aumento di utenti (10 milioni nel giugno 2009 quasi un utente internet italiano su due) e ha rubato la scena a MySpace (2.7 milioni di utenti in Italia), mentre Netlog (oltre 3 milioni di utenti registrati nel nostro paese) ha riscosso molto successo presso i teenager. Twitter, il servizio di microblogging attualmente più diffuso, gode di una notevole popolarità nei paesi anglosassoni, soprattutto negli U.S.A., mentre in Italia le aziende stanno iniziando solo ora a utilizzare lo strumento.

Per quanto riguarda le tecnologie wiki, Wikipedia è sicuramente la più diffusa e la più conosciuta tanto da arrivare a superare l’Enciclopedia Britannica in termini di consultazioni, ed è diventata un punto di riferimento per gli utenti che sono alla ricerca di definizioni su qualsiasi argomento all’interno della rete (l’Italia è il sesto paese al mondo per numero di utenti con oltre mezzo milione di voci inserite).I blog hanno invece consolidato il loro ruolo all’interno dei social media, permettendo a Digital PR di effettuarne una sistematizzazione derivante da esempi concreti di utilizzo.

I forum continuano ad essere una parte fondamentale del Rapporto: Digital PR ne ha analizzato i flussi comunicativi dividendoli in categorie e ha registrato un aumento dei messaggi inseriti (a dimostrazione della crescente volontà degli utenti di comunicare tra loro e la tendenza a utilizzare questo strumento per trovare informazioni utili nei processi d’acquisto e nei casi di necessità di supporto tecnico). Il numero di messaggi complessivi archiviati nei forum supera i 260 milioni, in aumento rispetto allo scorso anno.

Qui sotto un estratto di un lavoro più ampio di social network analysis che prova a mappare una piccola parte della blogosfera italiana (magari se può interessare faccio un post specifico).

Scenario Social Media In Italia – Dove vanno gli italiani in rete
View more documents from Vincenzo Cosenza.

Written by Daniel Casarin

novembre 20, 2009 at 6:57 am

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Social Business: Overcoming The Obstacles

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via Harvard Business

While social media often commands favorable media attention, the less often told story is that successful initiatives are rare to come by and that there are still a number of organizational roadblocks that managers need to overcome in order to make progress.

Still, we are seeing signs of progress in the form of new efficiencies, more direct ways to connect with customers, and ways to make products and services better. From my experience working and talking with people in large, complex organizations, here are a small sample of obstacles to look for with suggestions on how you might overcome them:

  1. Culture shock

  2. Externally, social media is a vastly significant iteration of the Web which has empowered the public in ways we never imagined. It’s also highly disruptive. The same potential for disruption exists internally for organizations. Instead of everyday consumers becoming empowered, everyday employees now have this potential as well. And this could cause a culture shock to the system of an organization structured upon decades of tradition, hierarchy, middle management and incentives. An inconvenient truth remains that change is often perceived as a threat.

    How to overcome it

    Find the change agents within your organization who are passionate about making your company better and harness their passion for the benefit of your business. Comcast’s Frank Eliason was a customer service manager who began engaging (and, more importantly, helping) customers via his personal Twitter account. When the rest of the company was made aware of the initiative (and the ensuing positive attention), they decided to reward the effort as opposed to doing a u-turn. A great way to overcome culture shock within a large organization is for leadership to recognize and embrace the mavericks driven to change things for the better. The next challenge then becomes scale.

  3. The legal treadmill

  4. The changes sparked by technology are giving the lawyers a headache. Legal teams must be on full alert to changes in the social media landscape, such as the FTC’s recent decision to force bloggers to disclose when they’ve been given payment or products. The legal department of any organization exists to protect it. But sometimes doing business at the speed of real time makes it feel like you are on a treadmill when you need to be sprinting to the finish line.

    How to overcome it

    Legal needs to be engaged early on and by the right people. There also needs to be support from the top if it means doing something that pushes the boundaries. Michael Dell fully supported Dell’s pioneering social media efforts from the top down which no doubt influenced decisions made in the legal department. That said, not everything has to involve the CEO. When I recently approached The Art of Shaving (a P&G brand) to sponsor our Movember team, I advised them that the first thing they should do is talk to their legal department. The brand manager did just that and legal produced clear guidelines about how the social sponsorship would work. In order to get off the legal treadmill, you need a combination of leadership and collaboration.

  5. Riskphobia

  6. Making strides toward thriving as a more socially calibrated business means taking a risk or three. And in this economy, no one wants to do that. Unless your organization has a serious entrepreneurial streak running through it, it’s likely that the people who work in it are generally risk averse and rewarded for playing by the rules. However, riskphobia is a serious problem for large companies who are finding their businesses disrupted by smaller, more nimble players. Tower Records probably wishes they took some more calculated risks before the industry came crashing down around them.

    How to overcome it

    Risk can often be managed by piloting small initiatives to see what happens — while learning, gathering data, and iterating on them while they inform bigger and better initiatives. When our company launched our website, we included a real-time stream of our activities and content on our homepage. The stream even includes information about who we email (you don’t see names, but you do see the domains). Some view this as risky business, but we felt that the gesture would help us help others manage the risks of transparency and we can manage what gets shared. It’s a small gesture, but meaningful as we hope to help others manages their own risks.

Written by Daniel Casarin

novembre 18, 2009 at 11:44 am

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Social Strategy Talk: Participation and Open data

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via DachisGroup

Social Strategy Talk hosted by Creative Crowds and ViNT. Tom Steinberg (mySociety) and I were the closing speakers, talking about the issue of public participation and open data in relation to government innovation. There were plenty of smart people there, including practitioners from the government of the Netherlands and key players behind the Dutch Digital Pioneers initiative that funds social innovation.

My talk was a very simple introduction to why this topic matters, plus a consideration of some recent critiques of transparency initiatives, decorated by a lovely data visualisation of world population growth from the G-Econ project.

It went more or less like this:

We are living with political structures from the last century (or older), and we must be bold in stepping forward to build smarter government services that leverage the power of ‘we’. Even Obama’s administration is still in the relatively early stages of achieving anything like this. We face problems that governments alone cannot fix – problems that are rooted in network behaviour and whose solutions also lie in network thinking – and we also face issues of fragmentation, identity and belonging in a rapidly, and unevenly globalising world. But also, right here and now, we face the issue of ever increasing expectations of public services, combined with rapidly dwindling funds.

This is the context for the importance of participative processes underpinned by open data. The social web has taught us that lots of people performing simple actions can result in spectacular collaborative outcomes on the aggregate level; and we have also learned the immense power of feedback as an evolutionary force for improvement. These lessons, when applied to using some of the vast array of data produced and consumed by government, could help us create new, perhaps real-time relationships between government and citizens, rather than 4-5 year electoral feedback cycle we see today. This is partly why we have been working with David Osimo and others on the Open Declaration on European Public Services, calling for greater transparency, participation and empowerment through public service delivery. Please endorse the declaration so that David can present it to the Ministerial Conference in Malmo next month.

We have seen some progress with Data.gov and the UK’s open data project, and extending this to other important data sets, such as mapping data in the UK, is vital work that must continue. We have also seen a number of good participation projects that show the potential for involving people in co-design of services, sense making and decision making. We also have the excellent example of Social Innovation Camp and 4IP that show how people can come together to find innovative solutions to social problems, or just make better public services; and, of course, we have the example of mySociety, who have produced some ground-breaking projects that open up previously invisible data or processes in meaningful ways.

So why are governments not mainstreaming this value more quickly? Why are these projects so under-funded when (at least in the UK) the government is paying millions to large private sector suppliers every month for major projects that deliver little added value and have such a high failure rate? Perhaps the simplest way to change this situation is to top-slice all IT project budgets and distribute 10% of the funding as innovation funds that can allow smaller players, perhaps even community groups, to try to solve the same problem, with follow-on investment if they come up with workable solutions. In my view, participation and open data projects should be leading the mainstream, not relegated to the periphery.

In thinking about participation and open data projects, I suggested there are four key areas of focus in our social business design methodology that provide useful starting points to think about related success factors:

  • ecosystem: developer networks to play with open data, distribution networks and critical friends to help shape these projects in the early stages
  • co-design: ensuring that the services we build involve users at every stage of their design, which is in itself an empowering outcome for people used to just ‘getting what they are given’
  • signals and data flows: how does information and data move around networks, and how do we signal relevance or importance to others
  • filters: more data needs better filters to make sense of it

Finally, I looked at two recent critiques of transparency to consider whether we should watch out for negative externalities or unintended consequences in pursuing open data and participative methods. First, Larry Lessig published a piece Against Transparency that looked at the limits of what he called ‘naked transparency’, and he made the point that raw data (especially about individual performance or potential influence / bias) is open to mis-interpretation and mis-understanding, so total transparency should not be our only goal. He also argues, quite rightly, that there is an attention-span issue that means people will not necessarily track an issue with the diligence we might expect:

To understand something–an essay, an argument, a proof of innocence– requires a certain amount of attention. But on many issues, the average, or even rational, amount of attention given to understand many of these correlations, and their defamatory implications, is almost always less than the amount of time required. The result is a systemic misunderstanding–at least if the story is reported in a context, or in a manner, that does not neutralize such misunderstanding. The listing and correlating of data hardly qualifies as such a context. Understanding how and why some stories will be understood, or not understood, provides the key to grasping what is wrong with the tyranny of transparency.

The other critique that I think we should consider, but which is also very much for the future when we have made far more progress towards opening up government to popular participation, is the issue of legitimacy. Will Davies recently wrote:

…following Mirowski, we might say that ‘government 2.0′ is the final realisation of the neo-liberal state. No auditors, no experts, no objective knowledge, no sense of the common good, just maximum freedom for individuals to form opinions and privately process information. As David Weinberger says in triumphant Hayekian style, “transparency is the new objectivity.” In some instances, consumer perspectives may form the basis of action – demanding change if they’re a prominent journalist or campaigner, selecting a different service supplier if they’re a fortunate lay-person, or just mouthing off on facebook if they’re not so lucky.

But siding with perspective over expertise cannot be the basis for legitimacy. Allowing people to express their frustration or disappointment, but without offering dialogue or improvement at the end of it, removes the security offered by expertise, but without offering anything in its place. Auditors act as the critics of experts, but they do so from some rival position of expertise; they damage legitimacy, but partly so as to then rebuild it. By contrast, a state laid bare only to the audit of general public dissatisfaction is surely heading towards a legitimacy crisis.

What this suggests to me is not so much that the new forms of government we are fumbling our way towards is necessarily less legitimate than a representative democracy run by a bureaucracy, but that we need to find more sophisticated deliberative methods to supplement the simple participation and ‘opinion’ tools that we see today. Not an issue for now, but nonetheless something to think about.

Written by Daniel Casarin

novembre 18, 2009 at 6:59 am

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The Impact of Social Models: Do Social Models Affect Contribution?

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via Functioning Form

In earlier articles, I outlined the unique characteristics of community, group, 2-way/symmetrical, and 1-way asymmetrical social relationships in online software. But do these distinct social models result in different user behavior?

Initially, contribution behaviors seem to hold steady across different social models. For example, if we look at status update creation in both Facebook (a large 2-way connection set) and Twitter (a large 1-way connection set), we see some similarities.

  • 12% of all Facebook users update their status at least once a day (2-way model)
  • 14.7% of all Twitter users post an update at least once a day (1-way model)
  • 40.5% of Facebook users have updated status in past 7 days (2-way model)
  • 49.6% of all Twitter users posted an update in past 7 days (1-way model)

Though the 1-way model on Twitter seems to have a slight leg up on Facebook’s 2-way model, this may be more a result of Twitter’s perceived purpose than anything else. However, when we look at where these contributions originate clear differences show up.

  • 30% of production comes from 10% of users on a typical (2-way model) social network
  • 90% of production comes from 10% of users on Twitter (1-way model)

There seem to be even bigger differences between community-based relationships and 2-way personal relationships. Comparing contribution page views (those responsible for creating a new content asset -photos, videos, events) to the total number of page views for a gvien Web site shows an interesting contrast.

  • .0032% page views vs. video uploads on YouTube (community) worldwide
  • 1.89% page views vs. content contribution (not counting status updates & comments) on Facebook (2-way model) worldwide

Though comparing page views in this manner is imperfect to say the least, the magnitude of difference (58,000% more contribution?) suggests there’s something worth paying attention to. In fact, a recent Harvard Business Review research article compared contribution across 2-way, 1-way, and community based sets. Their results found notable differences as shown in the graph below.

user contribution differences

So do social models affect user contribution? Yes, contribution does seem to change as relationships get tighter. But there is more to it than that…

Coming Next … In the next article about my Impact of Social Models talk, I’ll describe a few interesting findings that emerged when I compared contribution across these different social models.

Written by Daniel Casarin

novembre 18, 2009 at 6:48 am

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